Potevo avere 16 anni, forse... Non ricordo mai precisamente i periodi della mia vita ai quali corrisponde un evento particolare; si ricordo approssimativamente quando, l'arco di tempo, ma non quel preciso istante. Se ci penso però, se chiudo gli occhi e comincio a ricordare riesco ad arrivarci, sisi...Direi di si.
Avevo 16 anni amavo il basket più di ogni altra cosa. Sulla prima pagina del mio diario di allora campeggiava la scritta "la vita, l'amore ed il bakset"; era il ritaglio di un giornale, Superbasket esattamente.
Ne andavo pazzo.
Quelli erano gli anni dei 2 (a volte 3) allenamenti al giorno per 5 giorni alla settimana. La fatica i primi giorni si sentiva, si, ma quando fai qualcosa che ti piace, si sa, il peso non si sente, o quasi.
Uscivo pazzo per il basket, credo di averlo detto, ma se non è ben chiaro il concetto, è sempre meglio ribadirlo.
E' uno dei più bei ricordi che ho legati alla mia adolescenza.
Ho giocato a basket sin da quando avevo l'età di 6 anni. Ero un panzerotto, un'altra palla che correva su e giù per il campo.
Quanto mi vergognavo.
Avevo le coscie grossette e la tuta mi si strappava in mezzo alle gambe; quindi dopo neanche una settimana quella tuta si ritrovava su delle toppe enormi ovali. Dovrei averne ancora una nel cassetto di a casa, per quanto ero grossetto mi sta ancora.
Ricordo con gioia (so che può suonare strano) il giorno in cui mi ruppi la clavicola, si, se ora ci penso mi metto a ridere, e che ridere.
"Correvo" sulla fascia del campo nel tentativo di andare a prendere a "Cosimini" in contropiede.
Sapevo che non ce la potevo fare. Potevo essere, si e no, 4 volte più grosso di lui ed ero anche 4 volte più lento. Me ne fregavo, era questo il bello, mi potevano dire la qualunque ma io ci mettevo sempre il cuore in quello.
Nel tantativo di rubargli palla caddi su me stesso e mi ruppi la clavicola sinistra.
Quell'anno mi passai una bella estate ingessato, dal collo fino alla vita, tutto il busto. Avevo solo un braccio libero.
Sull'armadio della mia stanza toneggia ancora il "premio infortunato" che ricevetti quell'anno, una coppa in "vero-finto oro" come diceva Nello. Ricevetti anche un pallone della Valsport colorato a spicchi blu, bianchi e rossi, come quelli dell'ABA. Ad oggi è scoppio, ma lo conservo come un cimelio nel cassettone della mia stanzetta.
Un paio di anni dopo feci una dieta, dovevo.
Persi 20 chili.
Adesso se Cosimini scappava in contropiede col cacchio che lo lasciavo andare!
Nello ormai non c'era più, c'era Saverio.
Non si giocava più, non c'era più lo scherzo, adesso diventava agonismo.
Mi piaceva anche quello si. Qualcosa di serio.
Ricordo ancora oggi con stupore il giorno della mia prima partita in D.
Ero a casa di Ciccio, stavamo facendo il disegno di Bel Bruno, era il giorno del suo compleanno, la sera saremmo andati tutti gli amici a mangiare una pizza fuori.
Squilla il cellulare. Era il coach che mi chiedeva se volevo sostituire un tizio che stava male e non poteva venire; mi scuso con Ciccio, preparo il borsone e parto.
Avevo il numero 15, non era il mio preferito, fino a quel giorno avevo sempre e solo indossato l'8, ma molto probabilmente sapevo che non avrei giocato quindi lasciai perdere ed indossai tranquillamente quella maglia.
La partita sembrava facile e quindi si accendeva in me la speranza di potere disputare almeno un minuto.
Fu così. Eravamo sopra di circa 30 punti ed il coach mi chiamò.
Non appena sentii il mio nome mi cagai sotto, mi alzai e andai a chiedere il cambio.
Era fatta. Ero dentro.
Non capivo niente, ho un ricordo caotico di quel minuto.
Volevo solo prendere palla e tirare, la prima palla che avrei ricevuto l'avrei buttata dentro, me lo sentivo e poi si diceva sempre "se ta senti tira", ed io me la sentivo e me la cavicchiavo anche abbastanza bene a tirare da fuori.
Sta di fatto che senza tanti problemi, ricevo palla, posizione 3,mi alzo e tiro, la palla va dentro.
L'avversario che mi mise la mano in faccia, un pò vecchiotto per la verità, mi vide un "pò" più piccolo di lui e mi disse "Ehi campione"!
Sorrisi e non dissi nulla.
Sapevo solo una cosa: che da quel giorno in poi se solo l'avessi voluto l'avrei messa dentro.
Ricordo con un sorriso sulle labbra e una lacrima in un occhio quei momenti.
Quei momenti pieni di incoscienza.
Quei momenti in cui credi che il mondo possa cadere sempre e comunque ai tuoi piedi, basta che tu lo voglia.
Quei momenti che ti senti il migliore.
Quei momenti che non hai bisogni di nessuno ma sono gli altri ad avere bisogno di te.
Ma come tutti sappiamo arriva sempre il giorno della verità.
Prima o poi si fa sera e gli occhiali da sole non servono più.
Li togli e non sei più il figo che eri di giorno.
Non ci sono più gli occhiali a renderti più bello.
Adesso tocca a te.

Avevo 16 anni amavo il basket più di ogni altra cosa. Sulla prima pagina del mio diario di allora campeggiava la scritta "la vita, l'amore ed il bakset"; era il ritaglio di un giornale, Superbasket esattamente.
Ne andavo pazzo.
Quelli erano gli anni dei 2 (a volte 3) allenamenti al giorno per 5 giorni alla settimana. La fatica i primi giorni si sentiva, si, ma quando fai qualcosa che ti piace, si sa, il peso non si sente, o quasi.
Uscivo pazzo per il basket, credo di averlo detto, ma se non è ben chiaro il concetto, è sempre meglio ribadirlo.
E' uno dei più bei ricordi che ho legati alla mia adolescenza.
Ho giocato a basket sin da quando avevo l'età di 6 anni. Ero un panzerotto, un'altra palla che correva su e giù per il campo.
Quanto mi vergognavo.
Avevo le coscie grossette e la tuta mi si strappava in mezzo alle gambe; quindi dopo neanche una settimana quella tuta si ritrovava su delle toppe enormi ovali. Dovrei averne ancora una nel cassetto di a casa, per quanto ero grossetto mi sta ancora.
Ricordo con gioia (so che può suonare strano) il giorno in cui mi ruppi la clavicola, si, se ora ci penso mi metto a ridere, e che ridere.
"Correvo" sulla fascia del campo nel tentativo di andare a prendere a "Cosimini" in contropiede.
Sapevo che non ce la potevo fare. Potevo essere, si e no, 4 volte più grosso di lui ed ero anche 4 volte più lento. Me ne fregavo, era questo il bello, mi potevano dire la qualunque ma io ci mettevo sempre il cuore in quello.
Nel tantativo di rubargli palla caddi su me stesso e mi ruppi la clavicola sinistra.
Quell'anno mi passai una bella estate ingessato, dal collo fino alla vita, tutto il busto. Avevo solo un braccio libero.
Sull'armadio della mia stanza toneggia ancora il "premio infortunato" che ricevetti quell'anno, una coppa in "vero-finto oro" come diceva Nello. Ricevetti anche un pallone della Valsport colorato a spicchi blu, bianchi e rossi, come quelli dell'ABA. Ad oggi è scoppio, ma lo conservo come un cimelio nel cassettone della mia stanzetta.
Un paio di anni dopo feci una dieta, dovevo.
Persi 20 chili.
Adesso se Cosimini scappava in contropiede col cacchio che lo lasciavo andare!
Nello ormai non c'era più, c'era Saverio.
Non si giocava più, non c'era più lo scherzo, adesso diventava agonismo.
Mi piaceva anche quello si. Qualcosa di serio.
Ricordo ancora oggi con stupore il giorno della mia prima partita in D.
Ero a casa di Ciccio, stavamo facendo il disegno di Bel Bruno, era il giorno del suo compleanno, la sera saremmo andati tutti gli amici a mangiare una pizza fuori.
Squilla il cellulare. Era il coach che mi chiedeva se volevo sostituire un tizio che stava male e non poteva venire; mi scuso con Ciccio, preparo il borsone e parto.
Avevo il numero 15, non era il mio preferito, fino a quel giorno avevo sempre e solo indossato l'8, ma molto probabilmente sapevo che non avrei giocato quindi lasciai perdere ed indossai tranquillamente quella maglia.
La partita sembrava facile e quindi si accendeva in me la speranza di potere disputare almeno un minuto.
Fu così. Eravamo sopra di circa 30 punti ed il coach mi chiamò.
Non appena sentii il mio nome mi cagai sotto, mi alzai e andai a chiedere il cambio.
Era fatta. Ero dentro.
Non capivo niente, ho un ricordo caotico di quel minuto.
Volevo solo prendere palla e tirare, la prima palla che avrei ricevuto l'avrei buttata dentro, me lo sentivo e poi si diceva sempre "se ta senti tira", ed io me la sentivo e me la cavicchiavo anche abbastanza bene a tirare da fuori.
Sta di fatto che senza tanti problemi, ricevo palla, posizione 3,mi alzo e tiro, la palla va dentro.
L'avversario che mi mise la mano in faccia, un pò vecchiotto per la verità, mi vide un "pò" più piccolo di lui e mi disse "Ehi campione"!
Sorrisi e non dissi nulla.
Sapevo solo una cosa: che da quel giorno in poi se solo l'avessi voluto l'avrei messa dentro.
Ricordo con un sorriso sulle labbra e una lacrima in un occhio quei momenti.
Quei momenti pieni di incoscienza.
Quei momenti in cui credi che il mondo possa cadere sempre e comunque ai tuoi piedi, basta che tu lo voglia.
Quei momenti che ti senti il migliore.
Quei momenti che non hai bisogni di nessuno ma sono gli altri ad avere bisogno di te.
Ma come tutti sappiamo arriva sempre il giorno della verità.
Prima o poi si fa sera e gli occhiali da sole non servono più.
Li togli e non sei più il figo che eri di giorno.
Non ci sono più gli occhiali a renderti più bello.
Adesso tocca a te.

(Sergio Andaloro)

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